Archivi del mese: settembre 2012

Rotolando verso sud

Mi sveglio e mi sento figa. Sono giorni che aspetto questo momento e niente potrà rovinarmelo.

Oggi si pattina, e si pattina di brutto. L’obiettivo è il lungofiume dal Parco Gor’kij a Vorobevy Gory, e oltre. Un tragitto di qualche chilometro che ho intezione di ripetere almeno 5-6 volte. Sono una dura. Sono forte. Sono una grande.

Soprattutto sono… sprovvista di abbigliamento adeguato. Le temperature di questi giorni non mi permettono di sfoggiare il mio stile da roller, pantaloncini e canottiera, ma per la tuta felpata è ancora troppo caldo. Ripiego su jeans e t-shirt, a cui aggiungo un maioncino di cotone da tener su fino all’arrivo al parco. Perché sono figa ma anche un po’ vecchia, e con gli spifferi di mezza stagione si sa che è meglio non scherzare.

Arrivo sul lungofiume e indosso i miei adorati pattini, 3 kg a cui non ho saputo rinunciare in valigia. Infilo le scarpe nella borsa e con le due bretelle la trasformo in uno zaino da tenere sulle spalle. Non è molto comodo, lo so. E poi sono molto meno figa delle bionde russe fighe che mi pattinano tutto attorno, con i loro zainetti perfetti comprati da Decathlon. Queste russe devono rovinare sempre tutto. Ma col mio menefreghismo romano D.O.C. non me ne curo e inizio a far andare i miei pattini sulla pista ciclabile lungo il fiume.

Uno sguardo alla pista, uno all’acqua. Le nuvole si rincorrono nel cielo per acciuffarsi nella Moscova.

Ho dimenticato di caricare l’iPod, quindi non ho la durata delle canzoni a scandire il tempo. Ormai quanto sarà che pattino? Mezz’ora? L’orologio mi smentisce: 20 minuti. E ancora non sono arrivata a Vorobevy Gory. Certo che questa pista non è poi tutta in piano, come sembrava dal fiume. Forse dovrei ridimensionare un po’ il mio progetto e ripetere il tragitto giusto 3-4 volte. Che poi quando non pattini per un po’ di tempo ti devi riabituare gradualmente, che i muscoli che si usano coi roller non si allenano mica con le attività quotidiane…

Insomma, avete già capito come finisce la storia, vero? Arrivo a Vorobevy Gory con la lingua che rotola fuori dalla bocca in cerca di ossigeno, come un cane finito chissà perché nel deserto. Vorrei arrendermi e tornare a casa con la metro che passa di qui, ma a quanto pare ho ancora un residuo di dignità che mi spinge a risalire la pista fino al Parco Go’rkij (dopo una pausa respiratoria di una ventina di minuti, ovviamente).

Arrivata al parco decido di premiarmi con una scodella di noodles con gamberetti da 300 g. La coscienza prova a farmi sentire in colpa: “E te le saresti meritate?”. Non ho dubbi al riguardo: ho lavorato come una pazza per tutta la settimana, c’è un tempo meraviglioso, ho fatto la mia dose di esercizio fisico e sono tra le poche ragazze che conosco in grado di divorare una porzione di noodles del chiosco del parco senza particolare sforzo. Ingurgito le mie noodles e stramazzo sul lettino accanto al lago. Sono forte. Sono figa.

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oSTANKIno

Torre di oSTANKI-NOI

L’idea di base era quella di visitare la Torre di Ostankino, uno dei pochi monumenti di Mosca in cui non mi era ancora riuscito di entrare. Lentamente, ma in maniera inesorabile, la giornata si è trasformata nell’ennesimo scontro tra Davide e Golia, in cui, come è ovvio, la parte del gigante spetta alla burocrazia russa, mentre nei panni del nano inerme ci sono – ma guarda un po’ – proprio io.

Uscite dalla metro riconosciamo subito la silhouette della torre, e ci dirigiamo in quella direzione. Una delle cose più impressionanti di Mosca, e che mi frega ogni volta, è il fatto che l’altezza sproporzionata di edifici come questo – ma anche come la Cattedrale del Cristo Salvatore, o i grattacieli staliniani – ti consente di vederli a chilometri di distanza, illudendoti di poterli raggiungere in pochi minuti. La passeggiata verso la torre ben presto si trasforma in una caccia all’oasi nel deserto. Camminiamo per più di un quarto d’ora e poi, ovviamente, manchiamo il lato della recinzione con il portale d’accesso e ci dirigiamo dalla parte opposta, e quando ce ne accorgiamo è chiaramente già troppo tardi e non resta che finire di fare tutto il giro del parco.

Raggiungiamo finalmente le casse, o meglio quelle che crediamo essere le casse, ma che in realtà non sono che un avamposto delle casse, perché per arrivare alle casse c’è da superare ancora una recinzione e camminare per altri cinque minuti buoni. Mi sento Pollicino.

Al banco dove ci si prenota per l’escursione c’è una ragazza che, poverina, parla a monosillabi (male comune in Russia, soprattutto tra il personale preposto al contatto col pubblico), e capite quanto le sia difficile spiegarci che ora ci farà solo una preregistrazione, mentre il pagamento e la vera iscrizione potremo farla solo dopo 15 minuti di anticamera. Da brave italiane, ammazziamo il tempo con uno spuntino.

Passa un quarto d’ora e torniamo alla cassa, dove scansionano i nostri documenti, ci fanno pagare il biglietto e ci danno una tessera elettronica con su scritto il nostro nome che serve ad accedere all’edificio della torre, che – guarda un po’ – è solo laggiù a 7000 km.

Prima però c’è ancora da passare al guardaroba per depositare eventuali oggetti pericolosi (e per oggetti pericolosi qui intendono anche le sigarette di Lulu. Bah).

Ultimo passaggio obbligato: il metal detector e l’ennesimo controllo del passaporto. Io, come sempre, ho dimenticato a casa il mio (perché lo tengo nel cassetto della biancheria per evitare di perderlo. Sì, sono come i vecchi che nascondono i soldi sotto il materasso), e quindi mostro la carta d’identità, che ha le pagine ancora attaccate per miracolo e gli angoli tutti smussati, e che sarebbe scaduta un anno fa ma ne hanno prolungato la validità con un timbro in Municipio.

GUARDIANO: “E questo cos’è?”.

ALE: “Eh, una specie di passaporto italiano, valido a livello nazionale”.

G: “Ma fai sul serio?”.

A: “Sì, certo. Il nostro documento d’identità, come il vostro passaporto ad uso nazionale”.

G: [Ridendomi in faccia coi suoi denti d’oro] “Certo che siete proprio in crisi. Risparmiate pure sui passaporti”.

Come dargli torto?

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Di inizi, ricorrenze e ipotesi mattutine

Il 1 settembre è un giorno speciale in Russia, che segna il rientro a scuola, l’inizio delle lezioni all’università, insomma la fine delle vacanze. E, se capita di sabato, non si rimanda tutto al lunedì, come si farebbe da noi, ma ci si veste di tutto punto e si va in classe, anche e soprattutto di sabato, anche e soprattutto quest’anno, che il ritorno a scuola coincide con il compleanno di Mosca, il primo finesettimana di settembre. Soprattutto quest’anno, che facciamo cifra tonda e Mosca compie 865 anni.

Al mattino esco dall’ascensore per andare a lavoro e mi trovo davanti questa scena.

C’è 1 che mi aspetta fuori dall’ascensore

Come al solito, sto ancora dormendo in piedi, e la mia prima grande ipotesi watsoniana è che qualche bimbo del palazzo compia gli anni oggi. Il cartello accanto ai palloncini mi ricorda che è 1 settembre, e che la mia giornata sarà accompagnata dagli orripilanti nastri bianchi che le bambine si mettono tra i capelli per il rientro a scuola, veri capolavori di pacchianeria russa. Ovviamente la gara è a chi ha il fiocco più grande, e poco importa se il volume del nastro supera quello della testa della bambina e il suo collo trema sotto il peso dell’acconciatura.

Ai ragazzi non va meglio. Per l’occasione è tradizione andare a scuola con giacca e pantaloni eleganti, così in metro mi guardo intorno e mi accorgo di essere circondata da pinguini impacciati alle prime prese con una cravatta. A facilitare l’impresa, gli enormi mazzi di fiori da regalare alle maestre (prima mazzetta dell’anno) che queste povere creature devono trascinarsi dietro fino a scuola. Anche in questo caso, e per ovvi motivi, la gara è a chi ce l’ha più grande. Scene tristi di bambini che si aggirano per la città sollevando tre o quattro volte il loro peso in fiori sono all’ordine del giorno.

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