Archivi del mese: ottobre 2012

Questione di metodo

Di solito, quando si viaggia in un Paese straniero, una delle prime cose che si cerca di imparare è come si sta in fila. Ogni cultura, infatti, sembra avere il proprio metodo.

Concezione nordeuropea di fila

Concezione italiana di fila

 

 

 

 

 

 

 

 

Fortunatamente in Russia non ho mai dovuto operare nessuna forzatura alla mia ottusa testolina italiana. E questo per il semplice fatto che in Russia uno straniero non deve imparare come si sta in fila, bensì come NON si sta in fila. Devo ammetterlo, i primi tempi anch’io ho avuto qualche difficoltà ad abituarmi, ma alla fine mi sono dovuta arrendere agli ovvi vantaggi del metodo russo.

Poniamo di dover ottenere un timbro sul piano di studi dalla segreteria di facoltà. Ci si reca presso l’apposito ufficio e lì si domanda a quelle 2-3 persone in coda chi di loro sia l’ultimo. Fin qui tutto normale, all’italiana insomma. La risposta potrebbe essere: “Io!”. O magari: “Lei”. Ingenui. In Russia una risposta tipo sarebbe:

– C’è lei, poi un ragazzo con lo zaino blu, che è venuto insieme a una bionda con le trecce. Dopo di loro c’è una signora con un barboncino e poi una bassetta mora. Ah, però prima della nana c’è una cinese, ma non so se torna perché ha detto che aveva da fare. Dopo di loro tocca a me, e poi c’è un ragazzetto occhialuto. Quindi potresti essere dopo di lui.

Ed è letale proprio quel condizionale, dietro il quale potrebbero celarsi ancora chissà quanti e quali ologrammi. Nel tempo medio di attesa presso un qualsiasi ufficio pubblico, un russo riesce a fumarsi almeno 3 sigarette con la decina di conoscenti incontrati in fila, a leggere due quotidiani, a fare un salto ai servizi, a comprare una torta per il compleanno della coinquilina e a pranzare in mensa.

La mensa… È proprio lì che il metodo russo esprime al massimo le proprie potenzialità. Arrivi in mensa, prendi un vassoio e ti metti in fila, esultando perché, nonostante sia l’ora di punta, davanti a te ci sono solo 5 persone. Sei affamato, e ogni tanto fai capolino per sbirciare i vassoi degli altri studenti. Hai già deciso cosa ordinare e tra poco sarà il tuo turno. Ma ecco che una chiassosa mandria di studenti si riversa all’interno. Non fai in tempo a pensare “per fortuna sono arrivato cinque minuti prima di loro” che una dozzina di persone ti sta già superando, armata di vassoio. Sono diretti verso il primo della fila, evidentemente loro amico, che stava tenendo il posto a tutta la comitiva. Unica chance di mangiare ad un’ora decente? Avere amici pazienti che fanno la fila per te.

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Le mie camere con vista su Mosca

Settembre 2007:
Prima volta a Mosca. Soggiorno-studio all’Università Statale Lomonosov, la famosa MGU, l’università russa per eccellenza. Io e La Ciociara dormiamo in un modulo abitativo composto da due stanze che, prese insieme, non arrivano alla metratura della mia camera romana (tutt’altro che spaziosa, ve lo assicuro). Capisco al primo sguardo che, nel grattacielo staliniano che ospita il nostro dormitorio, nel conteggio dei 12 mq di superficie abitativa spettanti ad ogni cittadino sovietico hanno fatto rientrare non solo la stanza, ma anche il bagno, la cucina in comune, l’androne e probabilmente l’ascensore. Saranno tre mesi gelidi, trascorsi il meno possibile tra quelle quattro mura.

Una brandina e un tozzo di pane

Prima camera con vista moscovita: cortile dell’MGU su cui affacciano circa 400 camere con vista sulla mia

 

 

 

 

 

 

Settembre 2010:
Torno a Mosca dopo un’apnea di tre anni. Sempre MGU. Questa volta sono senza borsa di studio, perché ho già terminato l’università. Pago da me e per questo mi mettono nel settore dei dottorandi e dei professori. Scopro che la camera in cui avevo soggiornato nel 2007 era considerata di categoria deluxe e che dottorandi e professori hanno diritto a una superficie abitativa minore rispetto agli studenti in arrivo dalle “prestigiose” università occidentali. Somma gioia.
La nuova camera si trova ad un piano molto più basso, ma almeno ha la vista sugli alberi del cortile. Ah be’, allora.

4 mq di stanza con vista su 4 mq di giardino

Maggio 2011:
Rieccomi a Mosca, questa volta per lavoro. La società ci paga vitto e alloggio e così scopro che si può vivere nella capitale senza essere rinchiusi in una catapecchia universitaria spacciata per dormitorio. Scopro anche che a Mosca c’è l’estate, e il caldo, tanto tanto caldo. La mia nuova camera, che divido con la Piccola Katy, ha una superficie pari almeno a 3-4 stanze dell’MGU. Mi monto la testa e inizio a disseminare oggetti ovunque per marcare il mio territorio.

Questa cassettiera è mia. Anche questo armadio è mio. La libreria è mia. Mia. Mio. Mio.

Maggio 2012:
Di nuovo a Mosca per lavoro. Questa volta la società si è superata: viviamo al 13° piano di un grattacielo ultramoderno in un appartamento lussuosissimo. Inizio a capire perché mi paghino così poco. Nonostante il prestigio della nuova casa, la mia superficie abitativa viene notevolmente ridotta: divido la stanza con Anna e la Piccola Katy, le due ragazze più folli che mi sia mai capitato di conoscere. Ci mettiamo un po’ a sincronizzare i nostri orari e i primi tempi capita che mi guardino storto se interrompo un pisolino facendo irruzione con la macchina fotografica. In cambio io metto in chiaro di essere pronta a soffocare nel sonno la prima che mi tratterà male. Torna la pace e diventiamo regine dei pisolini di gruppo.

Annarella: il pisolo più veloce dell’est

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Iu ken teik de gherl aut ov de siti, bacciù kant teik de siti aut ov de gherl

Il titolo di questo post (che la dice lunga sulla meravigliosa pronuncia inglese da periferia del terzo mondo di cui mi hanno dotata anni di ascolto frenetico degli Oasis – Yap, Manchester rules!) è la mia ennesima dichiarazione d’amore per Mosca.

Anche questa volta alla fine sono tornata a casa. La stagione turistica si è conclusa, e con essa il contratto e la pacchia di avere una casa gratis nella capitale. Per un po’, quindi, me ne starò buona nella mia tana romana.

Tuttavia, ci sono un paio di motivi che mi spingono a tenere in piedi questo blog, anche se “a distanza”:

  1. guardando le stats ho notato che spesso la gente mi trova mentre è in cerca di informazioni su qualche monumento di Mosca, o di una delucidazione su cosa sia un propusk, e mi sono convinta che la mia missione divulgatrice non possa e non debba fermarsi qui (Madre Teresa e Marie Curie, chi erano costoro?);
  2. continuare a scrivere di Mosca e raccontare ancora qualcuno dei miei trascorsi nella città mi aiuterà forse a non impazzire di nostalgia (sono una schifosa egoista).

Patti chiari, amicizia lunga, dunque. Nei prossimi post leggerete di cose avvenute in un passato più o meno recente e il momento Amarcord proseguirà fino a nuovo ordine.

До скорого!

P.S. Disclaimer del disclaimer: se la citazione glamour del titolo vi sembra intollerabile, apprezzerete almeno la traslitterazione alla Benigni-Waits di Daunbailò!

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Incubando

Una delle cose che colpiscono di più gli stranieri è l’ossessione dei moscoviti per la sicurezza. Per entrare in qualsiasi posto affollato – e non parlo solo di aeroporti e stazioni ferroviarie, ma anche di hotel, centri commerciali e supermercati – ci si deve sottoporre al controllo di un metaldetector, e i poliziotti, quelli in divisa e quelli in borghese, pattugliano 24 ore al giorno la città. Ed effettivamente gli attentati terroristici degli scorsi anni sembrano motivare questa nevrosi collettiva.

Per (soprav)vivere in una città che fa dell’ansia da bombarolo il suo chiodo fisso ci sono due modi: il primo (metodo à la russe) è entrare nel loop delle visioni apocalittiche e, convincendosi che ogni passante sia un potenziale nemico pubblico, guardare il prossimo con aria diffidente ed essere sempre pronto a denunciarne ogni movimento sospetto; il secondo (metodo à l’italienne folle) è sublimare le proprie ansie nei sogni.

Di seguito un resoconto delle mie ultime visioni notturne:

  1. Centro di Mosca. Sto accompagnando un gruppo di turisti in stazione. Un’automobile arriva sfrecciando e, senza nemmeno accennare a frenare, frantuma le vetrate d’accesso e si schianta contro le arcate della stazione. Tutti i passanti si avvicinano per capire cos’è successo e in pochi istanti nell’androne sono stipate centinaia di persone. Il mio sesto senso da supereroe mi dice che c’è qualcosa di strano. Ma certo: è un diversivo! Qualcuno ha voluto che il maggior numero possibile di persone si radunasse in quel punto della stazione e per questo ha pensato bene di metter su quella scena con la macchina. Faccio appena in tempo a dare l’allarme ai turisti e ad allontanarmi di qualche metro, che una bomba esplode da dentro il portabagagli dell’auto. Morale del sogno: se volete salvarvi, vi conviene essere clienti di SuperAle.
  2. Casa nostra a Mosca: un enorme edificio di 30 piani con negozi, uffici e abitazioni. Dall’interfono (ce n’è davvero uno nel nostro palazzo???) ci comunicano che la Russia, e in particolare la città di Mosca, è stata attaccata dalle truppe nemiche (di che nazione/etnia/religione???), che stanno rastrellando uno ad uno gli edifici del nostro quartiere. Inutile scappare: sono già al piano terra e hanno preso il controllo degli ascensori. Non c’è via d’uscita. Apro la porta e vedo i miei vicini che, rassegnati alla morte imminente, stappano una bottiglia di vodka e me ne offrono un bicchierino (w gli stereotipi!). Decido che non posso arrendermi così, che sono ancora giovane. Non ci sto. Come farebbe Mc Gyver, uso forchette e coltelli per scavare un buco nello schienale del divano in cui nascondermi durante il rastrellamento. Nel palazzo muoiono tutti tranne me. Morale del sogno: a nascondino rimango la più forte dell’universo.

Ultimamente Freud ha guadagnato parecchie posizioni nella lista dei grandi del passato che mi sarebbe piaciuto conoscere.

Sarà più adatto il metodo Freud o il metodo Peanuts?

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