Archivi del mese: novembre 2012

Made in Moscow (Kazakhstan)

Healthy eating in Moscow

In condizioni di estrema necessità il nostro cervello è in grado di trovare soluzioni inaspettate a quesiti apparentemente irrisolvibili. Succede, ad esempio, quando si è all’estero da un po’, e lo stomaco inizia a inviare nostalgici SOS culinari che si materializzano in lacrimevoli flashback di cibi dimenticati. In situazioni come questa, essere italiani è una tara che può portare alla rovina.
I nostri stomaci, infatti, sono abituati a ingerire ingredienti genuini, e sigle come DOC, DOP e IGP sono per noi sinonimi di qualità. Cercare di attenersi ai propri principi alimentari in un Paese come la Russia… sì, sembra l’inizio di una buona barzelletta.

Ne sa qualcosa la Piccola Katy – “vegetariana in transito verso il veganismo”, come si autodefiniva a quei tempi -, che non appena arrivata a Mosca si è cimentata in questo improbabile dialogo con la vecchina di fiducia che ci vendeva frutta e verdura:

P.K.: “Salve, vorrei un kg di pomodori. Però mi può dire da dove vengono? Cioè, li coltiva proprio lei? E se sì, dove? La dacia dove si trova il suo orto è più vicina alla città o all’aeroporto?”.
V: “…”
P.K.: “Magari invece dei pomodori prendo queste zucchine. Sembrano buone, o almeno di dimensioni non palesemente transgeniche come quelle del supermercato. Ah ah!”.
V: “…”
P.K.: “Ma lei è proprio di Mosca?”.
V: “Più o meno”.
P.K.: “Cioè?”.
V: “Del Kazakistan”.

Superfluo aggiungere che da quel giorno abbiamo dovuto comprare frutta e verdura al supermercato, dato che la vecchina aveva un brivido di terrore solo a veder passare la Piccola Katy davanti al suo chiosco. E d’altra parte, anche la Piccola aveva capito che il concetto russo di Indicazione Geografica Protetta comprende almeno l’intero territorio dell’URSS.

Lascia un commento

Archiviato in Paradossi alimentari

Mi nevica dentro

Nevica. Da ore. Ma non è quello che mi spaventa. Il problema è il vento, che sbatte sempre più violentemente fiocchi di neve del diametro di 5 cm contro la finestra della mia stanza. Nel cortile dell’MGU vedo la tormenta gonfiare mulinelli di ghiaccio e foglie.

Sono più che certa che la mia finestra non supererà la notte. Ogni stanza ha una finestra e ogni finestra è dotata di due vetri, che si presuppone siano sufficienti a tener fuori l’inverno. Tra i due vetri, una zona franca di 20 cm in cui i -15° dell’esterno fanno amicizia con i +25° che il riscaldamento centralizzato regala al mio tugurio. Quello spazio è il mio frigo. Temperatura perfetta per conservare latte, uova, cioccolata e altri generi di prima necessità.

Per areare la stanza di solito è sufficiente aprire l’infisso del primo vetro: il legno della finestra risale, come del resto qualsiasi altra cosa nell’MGU, ai primi anni ’50, ed è ormai parecchio generoso con spifferi e correnti.

23.45: vado a letto. La temperatura nella stanza ormai è ampiamente al di sotto del livello di sopravvivenza di un organismo romano. Sul pigiama indosso anche la mia felpa da calamità naturale. Mi addormento.

02.10: A svegliarmi è il cigolio della brandina che sussulta sotto i miei brividi. Afferro il cappotto e mi avvicino alla finestra. Una patina di ghiaccio ricopre le mattonelle sotto i vetri: la finestra ha ceduto, mi nevica in camera. Cerco asilo in bagno, sotto un getto di acqua calda.

Contro ogni aspettativa sopravvivo alla tormenta. Ma al mattino urge una soluzione: non voglio passare un’altra notte all’addiaccio.
Idea! Subaffitto il davanzale-frigo della Ciociara e con i sacchetti di nylon della spesa incornicio la mia finestra, facendo ben attenzione a tappare ogni spiraglio.

Genio italiano vs bufera moscovita

Vittoria! Che mente suprema! Quei sacchetti rimarranno lì PER SEMPRE!

Salvo svegliarmi in piena notte tre settimane più tardi in preda a una crisi respiratoria dovuta all’assenza di ossigeno nella mia stanza.

2 commenti

Archiviato in Odi et amo MGU