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Momenti di ordinaria spocchiosità

L’altro giorno ho rischiato di morire soffocata dalle risate mentre leggevo il Joke of the day della pagina facebook del mio quotidiano preferito, The Moscow Times:
A young man is sitting, reading a book, in a Moscow metro car. An old woman enters at a stop, and he jumps up and gives her his seat.
“ Young man, you are from St. Petersburg?”.
“Yes, but how did you know?”.
“ You gave me your seat”.
“ And you are probably a Muscovite”.
“ Yes, but how did you know?”.
“ You didn’t tell me thanks”.

Per chi ha vissuto a Mosca anche solo per qualche tempo un anekdot del genere richiama alla memoria innumerevoli episodi di ordinaria scortesia classificabili sotto la tag “Cafonaggine moscovita”.
Non fraintendetemi, non è che a Mosca vivano solo persone rozze e incivili per cui il prossimo nel migliore dei casi non esiste e nel peggiore è un nemico da abbattere. Non è così. Ma indubbiamente la vita nella capitale riserva esperienze perlopiù incomprensibili a chi non abbia mai vissuto in una città di 12.000.000 di abitanti.

Il primo sintomo della sindrome moscovita è l’andatura nevrotica. A Mosca non si cammina, si marcia. Vuoi per il freddo, vuoi per le distanze mastodontiche tra un posto e l’altro, vuoi per gli orari folli della capitale, i moscoviti hanno sviluppato un passo da dittatore isterico in grado di seminare in pochi secondi chiunque non sia degno di tale evoluzione della specie. Volenti o nolenti, in breve tempo si finisce per imparare a muoversi alla stessa velocità di crociera (anche perché l’alternativa è la morte). Ricordo ancora il panico negli occhi dei miei poveri genitori quando vennero a trovarmi a Mosca: erano sconvolti dall’andatura di una figlia ingrata che puntualmente li seminava ad ogni incrocio.

Interessanti anche le conversazioni-tipo del genere:
– Sai, sono stata di nuovo in quel negozio, il commesso è davvero delizioso, sempre gentilissimo e disponibile.
– Difficile che sia di Mosca. Verrà dalla provincia (N.B. la nozione russa di provincia comprende l’intero territorio nazionale ad eccezione di Mosca e Pietroburgo).

E poi c’è da decifrare la passione della burocrazia moscovita per i numeri. In una città così grande, tu non sei Ale, sei il numero del tuo abbonamento ai mezzi, del tuo visto, del tuo cellulare… Aneddoto di vita vissuta:
– Salve, questa è la documentazione dell’università per la richiesta dell’abbonamento alla metro. Dovrebbe esserci tutto.
– Il timbro c’è, la firma del rettore c’è… Bene. Ah, manca il tuo numero studente. Torna quando lo avrai. Il prossimo!
– Ma come? No, dai, sono io, guardi, c’è tutto. Questi sono i miei documenti, la mia foto. Vede, c’è il mio nome qui sopra.
– Senza quel numero tu per me non sei nessuno.

Come avrete capito, in alcuni giorni vivere a Mosca nuoce gravemente all’autostima. E tuttavia, da brava provincialotta (su scala italiana) non posso non invidiare lo snobbismo e la cafonaggine gratuita che solo i moscoviti sanno esprimere nella forma più perfetta. Li guardo con ammirazione e sospiro: “Ah, imparerò mai a prendere la gente a male parole con tanta disinvolura?”.

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