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Si fa presto a dire treno

Per chi, come me, preferisce l’aereo a qualsiasi altro mezzo di trasporto, è difficile capire perché diavolo gli slavi si ostinino a misurare le distanze in giorni di treno necessari a coprirle. Forse la verità è che, se nasci nel Paese più grande del mondo, impari presto che  il tempo che impieghi ad arrivare in un posto non puoi considerarlo perso, che è anch’esso esperienza, sensazioni. Un pezzo di vita, la tua.

E da qui l’immensa varietà di significati, immagini, concetti che la lingua russa ha per descrivere quello che per un europeo è un “viaggio in treno”.

La prima distinzione da fare è quella tra poezd ed električka, che già da sola basta a far impazzire un cervello italiano. Un’električka è un treno suburbano, generalmente utilizzato per distanze più brevi (please, considerare sempre i concetti geografici in chiave russa: brevi distanze = anche 7 ore di treno), di poche pretese e con solo posti a sedere. In realtà l’električka è una porta spazio-temporale che ti catapulta indietro di qualche decennio, orientativamente dagli anni ’60 agli ’80, a seconda di quanto si è fortunati.

Električka di tipo 1: comodi sedili in legno ispirati alle panchine dei giardinetti pubblici

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Aprile 2014. Anche detto Marzo 1967

Si tratta di un’električka che ha avuto il suo momento di gloria in Moskva slezam ne verit, vincitore dell’oscar come miglior film straniero nel 1981, e per ovvi motivi tutt’oggi ancora in voga.

Potete vedere qui una scena in cui la nostra električka recita da protagonista https://www.youtube.com/watch?v=juZZZvGTT7o

La prerogativa di questa električka è sicuramente la comodità:

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Električka di tipo 2: si tratta di un’evoluzione che condensa i tratti principali delle električki storiche con un design più moderno e raffinato, dal chiaro sapore kitsch anni ’80.

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Immancabile lo schermo che si accende ad orari improbabili per trasmettere a tutto volume uno sceneggiato russo che quasi sicuramente non riuscirai a finire di vedere prima di scendere. Ma la vera chicca di quest’električka è un’altra: l’apribottiglie presente sullo schienale di OGNI sedile (anche se ovviamente, come ricordato dai simboli altrettanto presenti accanto ad ogni fila, a bordo è vietato bere alcolici. Sì, sono quelle contraddizioni che fanno grande un popolo…):

Per rispondere alle domande che, sono certa, a questo punto si saranno formate nelle vostre menti: sì, sta cosa è vera; no, all’inizio nemmeno io ci credevo; sì, me l’hanno dimostrato; sì, a quanto pare per uno slavo questa è una cosa ovvia.

Ma lasciamo da parte il fantastico mondo delle električki per arrivare a parlare del vero e proprio treno, il poezd, quello che copre le lunghe distanze e in cui quindi si può dover passare qualche ora, qualche giorno o qualche settimana. Ovviamente anche in questo campo gli slavi sono un passo avanti (o indietro, a seconda dei punti di vista). Sì, perché, oltre ai normali posti in poltrona o in cuccetta, loro possono acquistare anche un posto in plazkart, ovvero un posto letto in un corridoio in cui ci sono centinaia o più probabilmente migliaia di posti letto. Sostanzialmente un ostello su rotaie.

E voi pensate che quello sia un tavolino. Ingenui. Quello va capovolto per creare… un altro posto letto, ovviamente.
Questi invece sono i comodi gradini per arrivare ai “piani alti”:


Vorrei che fosse chiaro che per i miei coetanei slavi viaggiare in un plazkart non solo è una cosa normale, ma è pure abbastanza figo, per un’altra serie di ragioni che noi europei probabilmente stiamo un po’ perdendo: viaggiando in plazkart si conosce un sacco gente, ci si racconta le proprie vite, si condividono esperienze, e anche il tempo assume un altro valore, lo puoi sentire davvero scorrere in modo diverso.

Chissà, forse la risposta giusta alla domanda “Quanto dista Mosca da Pietroburgo” è davvero “8 ore in plazkart“.

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Di umanoidi e sopravvivenza

La prima volta che mi sono trovata a dover attraversare un incrocio a Mosca mi si è presentata nitida davanti agli occhi una diapositiva della mia morte “da auto russa”.

Bisogna innanzitutto precisare che le vie del centro di Mosca hanno mediamente 6 corsie, il che equivale, in scala italiana, a cercare di attraversare l’Autostrada del Sole.

Il concetto di disciplina sovietica non è apparentemente applicabile al codice stradale, e così le strisce pedonali sono state praticamente abolite per evitare che orde di pedoni frettolosi vengano falciate da automobilisti zelanti.
Per attraversare si deve ricorrere a dei sottopassaggi (perexody) che consentono di raggiungere l’altro lato della strada senza ritrovarsi mutilati.

Ma i perexody non sono dei semplici tunnel, delle gallerie pedonali. No. Sono molto di più. Dei regni sotterranei in cui vivono strane creature apparentemente dedite al commercio, una nuova razza umana adattatasi a vivere e vendere in condizioni inutilmente ostili. Nei sottopassaggi di Mosca prosperano chioschi e negozi di dimensioni (credo proprio per legge) inferiori ai 3 mq, in cui commessi svogliati convivono con merci obsolete e pressoché indesiderabili. In questi locali non c’è il riscaldamento e non è raro osservare quelli che a un primo sguardo sembrerebbero umanoidi sonnecchiare su una scomoda sedia, o addirittura in piedi, contro le vetrine, per cercare di sopravvivere alle intemperie o morire nel sonno.
I chioschi dei perexody sono per Mosca un po’ quello che i negozi cinesi sono per Roma: rivendite di cose pressoché inutili a prezzi talmente ridicoli che poi si finisce per comprarle. Non mancano, ovviamente, gli stand gastronomici, che danno ai sottopassaggi quell’odore di pirog (una specie di panzerotto ripieno) fritto particolarmente invitante per chi si è appena svegliato e cerca di arrivare a lavoro.

Come è facilmente intuibile, i turisti europei, e in particolare i più svegli – gli italiani, ignari dell’esistenza dei perexody, camminano per chilometri e chilometri alla ricerca di strisce pedonali o semafori che consentano loro di raggiungere il tanto agognato fast food sul marciapiede opposto. I più, scoraggiati dall’improba impresa, si lasciano morire di fame e per tutta la durata del loro soggiorno camminano su un solo marciapiede, avanti e indietro sulla stessa via. Ma qualche prode – e questo è un aneddoto di vita vissuta (vissuta, chiaramente, non da me, bensì da uno dei miei turisti più promettenti) – decide di lanciarsi, di abbandonarsi al proprio destino e attraversare la Via Tverskaja (6 corsie per 3 km di lunghezza), per avere qualcosa da raccontare ai nipoti. Salvo poi non sapere come tornare in hotel (la sorte non la si può certo sbeffeggiare due volte in un giorno) e mandare la moglie a chiedermi di soccorrerlo.

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Momenti di ordinaria spocchiosità

L’altro giorno ho rischiato di morire soffocata dalle risate mentre leggevo il Joke of the day della pagina facebook del mio quotidiano preferito, The Moscow Times:
A young man is sitting, reading a book, in a Moscow metro car. An old woman enters at a stop, and he jumps up and gives her his seat.
“ Young man, you are from St. Petersburg?”.
“Yes, but how did you know?”.
“ You gave me your seat”.
“ And you are probably a Muscovite”.
“ Yes, but how did you know?”.
“ You didn’t tell me thanks”.

Per chi ha vissuto a Mosca anche solo per qualche tempo un anekdot del genere richiama alla memoria innumerevoli episodi di ordinaria scortesia classificabili sotto la tag “Cafonaggine moscovita”.
Non fraintendetemi, non è che a Mosca vivano solo persone rozze e incivili per cui il prossimo nel migliore dei casi non esiste e nel peggiore è un nemico da abbattere. Non è così. Ma indubbiamente la vita nella capitale riserva esperienze perlopiù incomprensibili a chi non abbia mai vissuto in una città di 12.000.000 di abitanti.

Il primo sintomo della sindrome moscovita è l’andatura nevrotica. A Mosca non si cammina, si marcia. Vuoi per il freddo, vuoi per le distanze mastodontiche tra un posto e l’altro, vuoi per gli orari folli della capitale, i moscoviti hanno sviluppato un passo da dittatore isterico in grado di seminare in pochi secondi chiunque non sia degno di tale evoluzione della specie. Volenti o nolenti, in breve tempo si finisce per imparare a muoversi alla stessa velocità di crociera (anche perché l’alternativa è la morte). Ricordo ancora il panico negli occhi dei miei poveri genitori quando vennero a trovarmi a Mosca: erano sconvolti dall’andatura di una figlia ingrata che puntualmente li seminava ad ogni incrocio.

Interessanti anche le conversazioni-tipo del genere:
– Sai, sono stata di nuovo in quel negozio, il commesso è davvero delizioso, sempre gentilissimo e disponibile.
– Difficile che sia di Mosca. Verrà dalla provincia (N.B. la nozione russa di provincia comprende l’intero territorio nazionale ad eccezione di Mosca e Pietroburgo).

E poi c’è da decifrare la passione della burocrazia moscovita per i numeri. In una città così grande, tu non sei Ale, sei il numero del tuo abbonamento ai mezzi, del tuo visto, del tuo cellulare… Aneddoto di vita vissuta:
– Salve, questa è la documentazione dell’università per la richiesta dell’abbonamento alla metro. Dovrebbe esserci tutto.
– Il timbro c’è, la firma del rettore c’è… Bene. Ah, manca il tuo numero studente. Torna quando lo avrai. Il prossimo!
– Ma come? No, dai, sono io, guardi, c’è tutto. Questi sono i miei documenti, la mia foto. Vede, c’è il mio nome qui sopra.
– Senza quel numero tu per me non sei nessuno.

Come avrete capito, in alcuni giorni vivere a Mosca nuoce gravemente all’autostima. E tuttavia, da brava provincialotta (su scala italiana) non posso non invidiare lo snobbismo e la cafonaggine gratuita che solo i moscoviti sanno esprimere nella forma più perfetta. Li guardo con ammirazione e sospiro: “Ah, imparerò mai a prendere la gente a male parole con tanta disinvolura?”.

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Incubando

Una delle cose che colpiscono di più gli stranieri è l’ossessione dei moscoviti per la sicurezza. Per entrare in qualsiasi posto affollato – e non parlo solo di aeroporti e stazioni ferroviarie, ma anche di hotel, centri commerciali e supermercati – ci si deve sottoporre al controllo di un metaldetector, e i poliziotti, quelli in divisa e quelli in borghese, pattugliano 24 ore al giorno la città. Ed effettivamente gli attentati terroristici degli scorsi anni sembrano motivare questa nevrosi collettiva.

Per (soprav)vivere in una città che fa dell’ansia da bombarolo il suo chiodo fisso ci sono due modi: il primo (metodo à la russe) è entrare nel loop delle visioni apocalittiche e, convincendosi che ogni passante sia un potenziale nemico pubblico, guardare il prossimo con aria diffidente ed essere sempre pronto a denunciarne ogni movimento sospetto; il secondo (metodo à l’italienne folle) è sublimare le proprie ansie nei sogni.

Di seguito un resoconto delle mie ultime visioni notturne:

  1. Centro di Mosca. Sto accompagnando un gruppo di turisti in stazione. Un’automobile arriva sfrecciando e, senza nemmeno accennare a frenare, frantuma le vetrate d’accesso e si schianta contro le arcate della stazione. Tutti i passanti si avvicinano per capire cos’è successo e in pochi istanti nell’androne sono stipate centinaia di persone. Il mio sesto senso da supereroe mi dice che c’è qualcosa di strano. Ma certo: è un diversivo! Qualcuno ha voluto che il maggior numero possibile di persone si radunasse in quel punto della stazione e per questo ha pensato bene di metter su quella scena con la macchina. Faccio appena in tempo a dare l’allarme ai turisti e ad allontanarmi di qualche metro, che una bomba esplode da dentro il portabagagli dell’auto. Morale del sogno: se volete salvarvi, vi conviene essere clienti di SuperAle.
  2. Casa nostra a Mosca: un enorme edificio di 30 piani con negozi, uffici e abitazioni. Dall’interfono (ce n’è davvero uno nel nostro palazzo???) ci comunicano che la Russia, e in particolare la città di Mosca, è stata attaccata dalle truppe nemiche (di che nazione/etnia/religione???), che stanno rastrellando uno ad uno gli edifici del nostro quartiere. Inutile scappare: sono già al piano terra e hanno preso il controllo degli ascensori. Non c’è via d’uscita. Apro la porta e vedo i miei vicini che, rassegnati alla morte imminente, stappano una bottiglia di vodka e me ne offrono un bicchierino (w gli stereotipi!). Decido che non posso arrendermi così, che sono ancora giovane. Non ci sto. Come farebbe Mc Gyver, uso forchette e coltelli per scavare un buco nello schienale del divano in cui nascondermi durante il rastrellamento. Nel palazzo muoiono tutti tranne me. Morale del sogno: a nascondino rimango la più forte dell’universo.

Ultimamente Freud ha guadagnato parecchie posizioni nella lista dei grandi del passato che mi sarebbe piaciuto conoscere.

Sarà più adatto il metodo Freud o il metodo Peanuts?

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Rotolando verso sud

Mi sveglio e mi sento figa. Sono giorni che aspetto questo momento e niente potrà rovinarmelo.

Oggi si pattina, e si pattina di brutto. L’obiettivo è il lungofiume dal Parco Gor’kij a Vorobevy Gory, e oltre. Un tragitto di qualche chilometro che ho intezione di ripetere almeno 5-6 volte. Sono una dura. Sono forte. Sono una grande.

Soprattutto sono… sprovvista di abbigliamento adeguato. Le temperature di questi giorni non mi permettono di sfoggiare il mio stile da roller, pantaloncini e canottiera, ma per la tuta felpata è ancora troppo caldo. Ripiego su jeans e t-shirt, a cui aggiungo un maioncino di cotone da tener su fino all’arrivo al parco. Perché sono figa ma anche un po’ vecchia, e con gli spifferi di mezza stagione si sa che è meglio non scherzare.

Arrivo sul lungofiume e indosso i miei adorati pattini, 3 kg a cui non ho saputo rinunciare in valigia. Infilo le scarpe nella borsa e con le due bretelle la trasformo in uno zaino da tenere sulle spalle. Non è molto comodo, lo so. E poi sono molto meno figa delle bionde russe fighe che mi pattinano tutto attorno, con i loro zainetti perfetti comprati da Decathlon. Queste russe devono rovinare sempre tutto. Ma col mio menefreghismo romano D.O.C. non me ne curo e inizio a far andare i miei pattini sulla pista ciclabile lungo il fiume.

Uno sguardo alla pista, uno all’acqua. Le nuvole si rincorrono nel cielo per acciuffarsi nella Moscova.

Ho dimenticato di caricare l’iPod, quindi non ho la durata delle canzoni a scandire il tempo. Ormai quanto sarà che pattino? Mezz’ora? L’orologio mi smentisce: 20 minuti. E ancora non sono arrivata a Vorobevy Gory. Certo che questa pista non è poi tutta in piano, come sembrava dal fiume. Forse dovrei ridimensionare un po’ il mio progetto e ripetere il tragitto giusto 3-4 volte. Che poi quando non pattini per un po’ di tempo ti devi riabituare gradualmente, che i muscoli che si usano coi roller non si allenano mica con le attività quotidiane…

Insomma, avete già capito come finisce la storia, vero? Arrivo a Vorobevy Gory con la lingua che rotola fuori dalla bocca in cerca di ossigeno, come un cane finito chissà perché nel deserto. Vorrei arrendermi e tornare a casa con la metro che passa di qui, ma a quanto pare ho ancora un residuo di dignità che mi spinge a risalire la pista fino al Parco Go’rkij (dopo una pausa respiratoria di una ventina di minuti, ovviamente).

Arrivata al parco decido di premiarmi con una scodella di noodles con gamberetti da 300 g. La coscienza prova a farmi sentire in colpa: “E te le saresti meritate?”. Non ho dubbi al riguardo: ho lavorato come una pazza per tutta la settimana, c’è un tempo meraviglioso, ho fatto la mia dose di esercizio fisico e sono tra le poche ragazze che conosco in grado di divorare una porzione di noodles del chiosco del parco senza particolare sforzo. Ingurgito le mie noodles e stramazzo sul lettino accanto al lago. Sono forte. Sono figa.

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oSTANKIno

Torre di oSTANKI-NOI

L’idea di base era quella di visitare la Torre di Ostankino, uno dei pochi monumenti di Mosca in cui non mi era ancora riuscito di entrare. Lentamente, ma in maniera inesorabile, la giornata si è trasformata nell’ennesimo scontro tra Davide e Golia, in cui, come è ovvio, la parte del gigante spetta alla burocrazia russa, mentre nei panni del nano inerme ci sono – ma guarda un po’ – proprio io.

Uscite dalla metro riconosciamo subito la silhouette della torre, e ci dirigiamo in quella direzione. Una delle cose più impressionanti di Mosca, e che mi frega ogni volta, è il fatto che l’altezza sproporzionata di edifici come questo – ma anche come la Cattedrale del Cristo Salvatore, o i grattacieli staliniani – ti consente di vederli a chilometri di distanza, illudendoti di poterli raggiungere in pochi minuti. La passeggiata verso la torre ben presto si trasforma in una caccia all’oasi nel deserto. Camminiamo per più di un quarto d’ora e poi, ovviamente, manchiamo il lato della recinzione con il portale d’accesso e ci dirigiamo dalla parte opposta, e quando ce ne accorgiamo è chiaramente già troppo tardi e non resta che finire di fare tutto il giro del parco.

Raggiungiamo finalmente le casse, o meglio quelle che crediamo essere le casse, ma che in realtà non sono che un avamposto delle casse, perché per arrivare alle casse c’è da superare ancora una recinzione e camminare per altri cinque minuti buoni. Mi sento Pollicino.

Al banco dove ci si prenota per l’escursione c’è una ragazza che, poverina, parla a monosillabi (male comune in Russia, soprattutto tra il personale preposto al contatto col pubblico), e capite quanto le sia difficile spiegarci che ora ci farà solo una preregistrazione, mentre il pagamento e la vera iscrizione potremo farla solo dopo 15 minuti di anticamera. Da brave italiane, ammazziamo il tempo con uno spuntino.

Passa un quarto d’ora e torniamo alla cassa, dove scansionano i nostri documenti, ci fanno pagare il biglietto e ci danno una tessera elettronica con su scritto il nostro nome che serve ad accedere all’edificio della torre, che – guarda un po’ – è solo laggiù a 7000 km.

Prima però c’è ancora da passare al guardaroba per depositare eventuali oggetti pericolosi (e per oggetti pericolosi qui intendono anche le sigarette di Lulu. Bah).

Ultimo passaggio obbligato: il metal detector e l’ennesimo controllo del passaporto. Io, come sempre, ho dimenticato a casa il mio (perché lo tengo nel cassetto della biancheria per evitare di perderlo. Sì, sono come i vecchi che nascondono i soldi sotto il materasso), e quindi mostro la carta d’identità, che ha le pagine ancora attaccate per miracolo e gli angoli tutti smussati, e che sarebbe scaduta un anno fa ma ne hanno prolungato la validità con un timbro in Municipio.

GUARDIANO: “E questo cos’è?”.

ALE: “Eh, una specie di passaporto italiano, valido a livello nazionale”.

G: “Ma fai sul serio?”.

A: “Sì, certo. Il nostro documento d’identità, come il vostro passaporto ad uso nazionale”.

G: [Ridendomi in faccia coi suoi denti d’oro] “Certo che siete proprio in crisi. Risparmiate pure sui passaporti”.

Come dargli torto?

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Di inizi, ricorrenze e ipotesi mattutine

Il 1 settembre è un giorno speciale in Russia, che segna il rientro a scuola, l’inizio delle lezioni all’università, insomma la fine delle vacanze. E, se capita di sabato, non si rimanda tutto al lunedì, come si farebbe da noi, ma ci si veste di tutto punto e si va in classe, anche e soprattutto di sabato, anche e soprattutto quest’anno, che il ritorno a scuola coincide con il compleanno di Mosca, il primo finesettimana di settembre. Soprattutto quest’anno, che facciamo cifra tonda e Mosca compie 865 anni.

Al mattino esco dall’ascensore per andare a lavoro e mi trovo davanti questa scena.

C’è 1 che mi aspetta fuori dall’ascensore

Come al solito, sto ancora dormendo in piedi, e la mia prima grande ipotesi watsoniana è che qualche bimbo del palazzo compia gli anni oggi. Il cartello accanto ai palloncini mi ricorda che è 1 settembre, e che la mia giornata sarà accompagnata dagli orripilanti nastri bianchi che le bambine si mettono tra i capelli per il rientro a scuola, veri capolavori di pacchianeria russa. Ovviamente la gara è a chi ha il fiocco più grande, e poco importa se il volume del nastro supera quello della testa della bambina e il suo collo trema sotto il peso dell’acconciatura.

Ai ragazzi non va meglio. Per l’occasione è tradizione andare a scuola con giacca e pantaloni eleganti, così in metro mi guardo intorno e mi accorgo di essere circondata da pinguini impacciati alle prime prese con una cravatta. A facilitare l’impresa, gli enormi mazzi di fiori da regalare alle maestre (prima mazzetta dell’anno) che queste povere creature devono trascinarsi dietro fino a scuola. Anche in questo caso, e per ovvi motivi, la gara è a chi ce l’ha più grande. Scene tristi di bambini che si aggirano per la città sollevando tre o quattro volte il loro peso in fiori sono all’ordine del giorno.

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