Questione di metodo

Di solito, quando si viaggia in un Paese straniero, una delle prime cose che si cerca di imparare è come si sta in fila. Ogni cultura, infatti, sembra avere il proprio metodo.

Concezione nordeuropea di fila

Concezione italiana di fila

 

 

 

 

 

 

 

 

Fortunatamente in Russia non ho mai dovuto operare nessuna forzatura alla mia ottusa testolina italiana. E questo per il semplice fatto che in Russia uno straniero non deve imparare come si sta in fila, bensì come NON si sta in fila. Devo ammetterlo, i primi tempi anch’io ho avuto qualche difficoltà ad abituarmi, ma alla fine mi sono dovuta arrendere agli ovvi vantaggi del metodo russo.

Poniamo di dover ottenere un timbro sul piano di studi dalla segreteria di facoltà. Ci si reca presso l’apposito ufficio e lì si domanda a quelle 2-3 persone in coda chi di loro sia l’ultimo. Fin qui tutto normale, all’italiana insomma. La risposta potrebbe essere: “Io!”. O magari: “Lei”. Ingenui. In Russia una risposta tipo sarebbe:

– C’è lei, poi un ragazzo con lo zaino blu, che è venuto insieme a una bionda con le trecce. Dopo di loro c’è una signora con un barboncino e poi una bassetta mora. Ah, però prima della nana c’è una cinese, ma non so se torna perché ha detto che aveva da fare. Dopo di loro tocca a me, e poi c’è un ragazzetto occhialuto. Quindi potresti essere dopo di lui.

Ed è letale proprio quel condizionale, dietro il quale potrebbero celarsi ancora chissà quanti e quali ologrammi. Nel tempo medio di attesa presso un qualsiasi ufficio pubblico, un russo riesce a fumarsi almeno 3 sigarette con la decina di conoscenti incontrati in fila, a leggere due quotidiani, a fare un salto ai servizi, a comprare una torta per il compleanno della coinquilina e a pranzare in mensa.

La mensa… È proprio lì che il metodo russo esprime al massimo le proprie potenzialità. Arrivi in mensa, prendi un vassoio e ti metti in fila, esultando perché, nonostante sia l’ora di punta, davanti a te ci sono solo 5 persone. Sei affamato, e ogni tanto fai capolino per sbirciare i vassoi degli altri studenti. Hai già deciso cosa ordinare e tra poco sarà il tuo turno. Ma ecco che una chiassosa mandria di studenti si riversa all’interno. Non fai in tempo a pensare “per fortuna sono arrivato cinque minuti prima di loro” che una dozzina di persone ti sta già superando, armata di vassoio. Sono diretti verso il primo della fila, evidentemente loro amico, che stava tenendo il posto a tutta la comitiva. Unica chance di mangiare ad un’ora decente? Avere amici pazienti che fanno la fila per te.

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Le mie camere con vista su Mosca

Settembre 2007:
Prima volta a Mosca. Soggiorno-studio all’Università Statale Lomonosov, la famosa MGU, l’università russa per eccellenza. Io e La Ciociara dormiamo in un modulo abitativo composto da due stanze che, prese insieme, non arrivano alla metratura della mia camera romana (tutt’altro che spaziosa, ve lo assicuro). Capisco al primo sguardo che, nel grattacielo staliniano che ospita il nostro dormitorio, nel conteggio dei 12 mq di superficie abitativa spettanti ad ogni cittadino sovietico hanno fatto rientrare non solo la stanza, ma anche il bagno, la cucina in comune, l’androne e probabilmente l’ascensore. Saranno tre mesi gelidi, trascorsi il meno possibile tra quelle quattro mura.

Una brandina e un tozzo di pane

Prima camera con vista moscovita: cortile dell’MGU su cui affacciano circa 400 camere con vista sulla mia

 

 

 

 

 

 

Settembre 2010:
Torno a Mosca dopo un’apnea di tre anni. Sempre MGU. Questa volta sono senza borsa di studio, perché ho già terminato l’università. Pago da me e per questo mi mettono nel settore dei dottorandi e dei professori. Scopro che la camera in cui avevo soggiornato nel 2007 era considerata di categoria deluxe e che dottorandi e professori hanno diritto a una superficie abitativa minore rispetto agli studenti in arrivo dalle “prestigiose” università occidentali. Somma gioia.
La nuova camera si trova ad un piano molto più basso, ma almeno ha la vista sugli alberi del cortile. Ah be’, allora.

4 mq di stanza con vista su 4 mq di giardino

Maggio 2011:
Rieccomi a Mosca, questa volta per lavoro. La società ci paga vitto e alloggio e così scopro che si può vivere nella capitale senza essere rinchiusi in una catapecchia universitaria spacciata per dormitorio. Scopro anche che a Mosca c’è l’estate, e il caldo, tanto tanto caldo. La mia nuova camera, che divido con la Piccola Katy, ha una superficie pari almeno a 3-4 stanze dell’MGU. Mi monto la testa e inizio a disseminare oggetti ovunque per marcare il mio territorio.

Questa cassettiera è mia. Anche questo armadio è mio. La libreria è mia. Mia. Mio. Mio.

Maggio 2012:
Di nuovo a Mosca per lavoro. Questa volta la società si è superata: viviamo al 13° piano di un grattacielo ultramoderno in un appartamento lussuosissimo. Inizio a capire perché mi paghino così poco. Nonostante il prestigio della nuova casa, la mia superficie abitativa viene notevolmente ridotta: divido la stanza con Anna e la Piccola Katy, le due ragazze più folli che mi sia mai capitato di conoscere. Ci mettiamo un po’ a sincronizzare i nostri orari e i primi tempi capita che mi guardino storto se interrompo un pisolino facendo irruzione con la macchina fotografica. In cambio io metto in chiaro di essere pronta a soffocare nel sonno la prima che mi tratterà male. Torna la pace e diventiamo regine dei pisolini di gruppo.

Annarella: il pisolo più veloce dell’est

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Iu ken teik de gherl aut ov de siti, bacciù kant teik de siti aut ov de gherl

Il titolo di questo post (che la dice lunga sulla meravigliosa pronuncia inglese da periferia del terzo mondo di cui mi hanno dotata anni di ascolto frenetico degli Oasis – Yap, Manchester rules!) è la mia ennesima dichiarazione d’amore per Mosca.

Anche questa volta alla fine sono tornata a casa. La stagione turistica si è conclusa, e con essa il contratto e la pacchia di avere una casa gratis nella capitale. Per un po’, quindi, me ne starò buona nella mia tana romana.

Tuttavia, ci sono un paio di motivi che mi spingono a tenere in piedi questo blog, anche se “a distanza”:

  1. guardando le stats ho notato che spesso la gente mi trova mentre è in cerca di informazioni su qualche monumento di Mosca, o di una delucidazione su cosa sia un propusk, e mi sono convinta che la mia missione divulgatrice non possa e non debba fermarsi qui (Madre Teresa e Marie Curie, chi erano costoro?);
  2. continuare a scrivere di Mosca e raccontare ancora qualcuno dei miei trascorsi nella città mi aiuterà forse a non impazzire di nostalgia (sono una schifosa egoista).

Patti chiari, amicizia lunga, dunque. Nei prossimi post leggerete di cose avvenute in un passato più o meno recente e il momento Amarcord proseguirà fino a nuovo ordine.

До скорого!

P.S. Disclaimer del disclaimer: se la citazione glamour del titolo vi sembra intollerabile, apprezzerete almeno la traslitterazione alla Benigni-Waits di Daunbailò!

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Incubando

Una delle cose che colpiscono di più gli stranieri è l’ossessione dei moscoviti per la sicurezza. Per entrare in qualsiasi posto affollato – e non parlo solo di aeroporti e stazioni ferroviarie, ma anche di hotel, centri commerciali e supermercati – ci si deve sottoporre al controllo di un metaldetector, e i poliziotti, quelli in divisa e quelli in borghese, pattugliano 24 ore al giorno la città. Ed effettivamente gli attentati terroristici degli scorsi anni sembrano motivare questa nevrosi collettiva.

Per (soprav)vivere in una città che fa dell’ansia da bombarolo il suo chiodo fisso ci sono due modi: il primo (metodo à la russe) è entrare nel loop delle visioni apocalittiche e, convincendosi che ogni passante sia un potenziale nemico pubblico, guardare il prossimo con aria diffidente ed essere sempre pronto a denunciarne ogni movimento sospetto; il secondo (metodo à l’italienne folle) è sublimare le proprie ansie nei sogni.

Di seguito un resoconto delle mie ultime visioni notturne:

  1. Centro di Mosca. Sto accompagnando un gruppo di turisti in stazione. Un’automobile arriva sfrecciando e, senza nemmeno accennare a frenare, frantuma le vetrate d’accesso e si schianta contro le arcate della stazione. Tutti i passanti si avvicinano per capire cos’è successo e in pochi istanti nell’androne sono stipate centinaia di persone. Il mio sesto senso da supereroe mi dice che c’è qualcosa di strano. Ma certo: è un diversivo! Qualcuno ha voluto che il maggior numero possibile di persone si radunasse in quel punto della stazione e per questo ha pensato bene di metter su quella scena con la macchina. Faccio appena in tempo a dare l’allarme ai turisti e ad allontanarmi di qualche metro, che una bomba esplode da dentro il portabagagli dell’auto. Morale del sogno: se volete salvarvi, vi conviene essere clienti di SuperAle.
  2. Casa nostra a Mosca: un enorme edificio di 30 piani con negozi, uffici e abitazioni. Dall’interfono (ce n’è davvero uno nel nostro palazzo???) ci comunicano che la Russia, e in particolare la città di Mosca, è stata attaccata dalle truppe nemiche (di che nazione/etnia/religione???), che stanno rastrellando uno ad uno gli edifici del nostro quartiere. Inutile scappare: sono già al piano terra e hanno preso il controllo degli ascensori. Non c’è via d’uscita. Apro la porta e vedo i miei vicini che, rassegnati alla morte imminente, stappano una bottiglia di vodka e me ne offrono un bicchierino (w gli stereotipi!). Decido che non posso arrendermi così, che sono ancora giovane. Non ci sto. Come farebbe Mc Gyver, uso forchette e coltelli per scavare un buco nello schienale del divano in cui nascondermi durante il rastrellamento. Nel palazzo muoiono tutti tranne me. Morale del sogno: a nascondino rimango la più forte dell’universo.

Ultimamente Freud ha guadagnato parecchie posizioni nella lista dei grandi del passato che mi sarebbe piaciuto conoscere.

Sarà più adatto il metodo Freud o il metodo Peanuts?

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Rotolando verso sud

Mi sveglio e mi sento figa. Sono giorni che aspetto questo momento e niente potrà rovinarmelo.

Oggi si pattina, e si pattina di brutto. L’obiettivo è il lungofiume dal Parco Gor’kij a Vorobevy Gory, e oltre. Un tragitto di qualche chilometro che ho intezione di ripetere almeno 5-6 volte. Sono una dura. Sono forte. Sono una grande.

Soprattutto sono… sprovvista di abbigliamento adeguato. Le temperature di questi giorni non mi permettono di sfoggiare il mio stile da roller, pantaloncini e canottiera, ma per la tuta felpata è ancora troppo caldo. Ripiego su jeans e t-shirt, a cui aggiungo un maioncino di cotone da tener su fino all’arrivo al parco. Perché sono figa ma anche un po’ vecchia, e con gli spifferi di mezza stagione si sa che è meglio non scherzare.

Arrivo sul lungofiume e indosso i miei adorati pattini, 3 kg a cui non ho saputo rinunciare in valigia. Infilo le scarpe nella borsa e con le due bretelle la trasformo in uno zaino da tenere sulle spalle. Non è molto comodo, lo so. E poi sono molto meno figa delle bionde russe fighe che mi pattinano tutto attorno, con i loro zainetti perfetti comprati da Decathlon. Queste russe devono rovinare sempre tutto. Ma col mio menefreghismo romano D.O.C. non me ne curo e inizio a far andare i miei pattini sulla pista ciclabile lungo il fiume.

Uno sguardo alla pista, uno all’acqua. Le nuvole si rincorrono nel cielo per acciuffarsi nella Moscova.

Ho dimenticato di caricare l’iPod, quindi non ho la durata delle canzoni a scandire il tempo. Ormai quanto sarà che pattino? Mezz’ora? L’orologio mi smentisce: 20 minuti. E ancora non sono arrivata a Vorobevy Gory. Certo che questa pista non è poi tutta in piano, come sembrava dal fiume. Forse dovrei ridimensionare un po’ il mio progetto e ripetere il tragitto giusto 3-4 volte. Che poi quando non pattini per un po’ di tempo ti devi riabituare gradualmente, che i muscoli che si usano coi roller non si allenano mica con le attività quotidiane…

Insomma, avete già capito come finisce la storia, vero? Arrivo a Vorobevy Gory con la lingua che rotola fuori dalla bocca in cerca di ossigeno, come un cane finito chissà perché nel deserto. Vorrei arrendermi e tornare a casa con la metro che passa di qui, ma a quanto pare ho ancora un residuo di dignità che mi spinge a risalire la pista fino al Parco Go’rkij (dopo una pausa respiratoria di una ventina di minuti, ovviamente).

Arrivata al parco decido di premiarmi con una scodella di noodles con gamberetti da 300 g. La coscienza prova a farmi sentire in colpa: “E te le saresti meritate?”. Non ho dubbi al riguardo: ho lavorato come una pazza per tutta la settimana, c’è un tempo meraviglioso, ho fatto la mia dose di esercizio fisico e sono tra le poche ragazze che conosco in grado di divorare una porzione di noodles del chiosco del parco senza particolare sforzo. Ingurgito le mie noodles e stramazzo sul lettino accanto al lago. Sono forte. Sono figa.

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oSTANKIno

Torre di oSTANKI-NOI

L’idea di base era quella di visitare la Torre di Ostankino, uno dei pochi monumenti di Mosca in cui non mi era ancora riuscito di entrare. Lentamente, ma in maniera inesorabile, la giornata si è trasformata nell’ennesimo scontro tra Davide e Golia, in cui, come è ovvio, la parte del gigante spetta alla burocrazia russa, mentre nei panni del nano inerme ci sono – ma guarda un po’ – proprio io.

Uscite dalla metro riconosciamo subito la silhouette della torre, e ci dirigiamo in quella direzione. Una delle cose più impressionanti di Mosca, e che mi frega ogni volta, è il fatto che l’altezza sproporzionata di edifici come questo – ma anche come la Cattedrale del Cristo Salvatore, o i grattacieli staliniani – ti consente di vederli a chilometri di distanza, illudendoti di poterli raggiungere in pochi minuti. La passeggiata verso la torre ben presto si trasforma in una caccia all’oasi nel deserto. Camminiamo per più di un quarto d’ora e poi, ovviamente, manchiamo il lato della recinzione con il portale d’accesso e ci dirigiamo dalla parte opposta, e quando ce ne accorgiamo è chiaramente già troppo tardi e non resta che finire di fare tutto il giro del parco.

Raggiungiamo finalmente le casse, o meglio quelle che crediamo essere le casse, ma che in realtà non sono che un avamposto delle casse, perché per arrivare alle casse c’è da superare ancora una recinzione e camminare per altri cinque minuti buoni. Mi sento Pollicino.

Al banco dove ci si prenota per l’escursione c’è una ragazza che, poverina, parla a monosillabi (male comune in Russia, soprattutto tra il personale preposto al contatto col pubblico), e capite quanto le sia difficile spiegarci che ora ci farà solo una preregistrazione, mentre il pagamento e la vera iscrizione potremo farla solo dopo 15 minuti di anticamera. Da brave italiane, ammazziamo il tempo con uno spuntino.

Passa un quarto d’ora e torniamo alla cassa, dove scansionano i nostri documenti, ci fanno pagare il biglietto e ci danno una tessera elettronica con su scritto il nostro nome che serve ad accedere all’edificio della torre, che – guarda un po’ – è solo laggiù a 7000 km.

Prima però c’è ancora da passare al guardaroba per depositare eventuali oggetti pericolosi (e per oggetti pericolosi qui intendono anche le sigarette di Lulu. Bah).

Ultimo passaggio obbligato: il metal detector e l’ennesimo controllo del passaporto. Io, come sempre, ho dimenticato a casa il mio (perché lo tengo nel cassetto della biancheria per evitare di perderlo. Sì, sono come i vecchi che nascondono i soldi sotto il materasso), e quindi mostro la carta d’identità, che ha le pagine ancora attaccate per miracolo e gli angoli tutti smussati, e che sarebbe scaduta un anno fa ma ne hanno prolungato la validità con un timbro in Municipio.

GUARDIANO: “E questo cos’è?”.

ALE: “Eh, una specie di passaporto italiano, valido a livello nazionale”.

G: “Ma fai sul serio?”.

A: “Sì, certo. Il nostro documento d’identità, come il vostro passaporto ad uso nazionale”.

G: [Ridendomi in faccia coi suoi denti d’oro] “Certo che siete proprio in crisi. Risparmiate pure sui passaporti”.

Come dargli torto?

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Di inizi, ricorrenze e ipotesi mattutine

Il 1 settembre è un giorno speciale in Russia, che segna il rientro a scuola, l’inizio delle lezioni all’università, insomma la fine delle vacanze. E, se capita di sabato, non si rimanda tutto al lunedì, come si farebbe da noi, ma ci si veste di tutto punto e si va in classe, anche e soprattutto di sabato, anche e soprattutto quest’anno, che il ritorno a scuola coincide con il compleanno di Mosca, il primo finesettimana di settembre. Soprattutto quest’anno, che facciamo cifra tonda e Mosca compie 865 anni.

Al mattino esco dall’ascensore per andare a lavoro e mi trovo davanti questa scena.

C’è 1 che mi aspetta fuori dall’ascensore

Come al solito, sto ancora dormendo in piedi, e la mia prima grande ipotesi watsoniana è che qualche bimbo del palazzo compia gli anni oggi. Il cartello accanto ai palloncini mi ricorda che è 1 settembre, e che la mia giornata sarà accompagnata dagli orripilanti nastri bianchi che le bambine si mettono tra i capelli per il rientro a scuola, veri capolavori di pacchianeria russa. Ovviamente la gara è a chi ha il fiocco più grande, e poco importa se il volume del nastro supera quello della testa della bambina e il suo collo trema sotto il peso dell’acconciatura.

Ai ragazzi non va meglio. Per l’occasione è tradizione andare a scuola con giacca e pantaloni eleganti, così in metro mi guardo intorno e mi accorgo di essere circondata da pinguini impacciati alle prime prese con una cravatta. A facilitare l’impresa, gli enormi mazzi di fiori da regalare alle maestre (prima mazzetta dell’anno) che queste povere creature devono trascinarsi dietro fino a scuola. Anche in questo caso, e per ovvi motivi, la gara è a chi ce l’ha più grande. Scene tristi di bambini che si aggirano per la città sollevando tre o quattro volte il loro peso in fiori sono all’ordine del giorno.

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