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Tutte le catastrofi portano a Mosca

Nell’immaginario italiano non c’è spazio per la sconfinata geografia russa. E lo dico con cognizione di causa, visto che nel mio cervello trovano a malapena posto le nostre province (che, per complicarmi ulteriormente le cose, aumentano e diminuiscono di numero ad ogni giro di giostra). Non voglio, quindi, che percepiate questo post come un rimprovero, ma piuttosto come un invito a recepire con prudenza notizie giornalistiche che comprandano frasi come “a pochi km da Mosca”, “nei pressi della capitale russa”, “nella regione di Mosca”.

Dato che l’italiano medio condivide fin dall’infanzia il mio approccio diffidente alla geografia, i giornalisti tendono a rapportare a Mosca ogni notizia che abbia a che fare con la Federazione Russa, confidando che anche chi non ha mai raggiunto la sufficienza nella materia padroneggi i rudimenti della geografia: le capitali europee. Quello che i media probabilmente non sospettano è l’ansia che le loro dichiarazioni approssimative possono generare in una coppia di genitori romani i cui livelli di apprensione vengono costantemente monitorati dagli istituti di igiene mentale e dalla giuria del Guinness dei primati.

I frammenti del meteorite del 15 febbraio hanno colpito Čeljabinsk, che non è esattamente una cittadina alle porte della capitale, ma un centro industriale che dista da Mosca circa 1500 km. Come a dire che un meteorite cade su Bruxelles e i giornali scrivono che ha distrutto il Colosseo.

Due anni fa stavo tornando dalla stagione in Russia, era il 7 settembre 2011. Un’ora prima che mi mettessi in volo cadde un aereo a Jaroslavl’, con a bordo l’intera squadra di hockey della città (una tragedia sentitissima in Russia). Ora, Jaroslavl’ dista da Mosca “solo” 250 km (Roma-Firenze), ma dare la notizia come “Aereo precipita a uno sputo da Mosca” è forse un tantino avventato. Mio padre, appresa la notizia ascoltando la radio in macchina, ha rischiato un infarto e si è poi quasi schiantato catapultandosi a casa per scoprirne di più dall’oracolo internet. Quando l’aereo è atterrato a Fiumicino, i miei genitori si erano ormai reciprocamente rassicurati aggrappandosi alla certezza che io non avessi mai messo piede a Jaroslavl’. Ad ogni modo era evidente il loro disappunto (non per la mia mancata morte, come avrete maliziosamente pensato, ma per la mia “consueta noncuranza per i sentimenti degli altri” – cit. mamma). Effettivamente, una persona sana di mente e consapevole del fatto che la geografia russa in un cervello italiano non c’è proprio modo di farcela stare, sentendosi chiedere: “Ma, se hai saputo dell’aereo precipitato, perché non hai avvisato che stavi bene prima di partire?” avrebbe potuto offrire molte giustificazioni sensate (ero sotto shock; ero già nell’aereo e non potevo usare il cellulare; ero occupata ad accertarmi che tutti i miei amici moscoviti stessero bene; pensavo vi avvisasse la Farnesina).

Risposta di Ale ai genitori stressati da un pomeriggio di ansie e profezie nefaste:
“Ah, vabbè, ma è caduto a Jaroslavl’, mica a Mosca! No dico, che non ce lo sai che ci passano almeno almeno 250 km?”.

Insomma, anche se non avrei mai pensato che una fondamentalista filo-moscovita come me potesse dirlo: in guardia, gente, sembra che in Russia ci sia vita anche fuori Mosca.

 

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