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Di aeroporti, passaporti e timbroporti

Una volta un amico mi ha detto che il motivo per cui ama gli aeroporti è che sono dei “non luoghi”, spazi di transizione in cui non si è più dove si era prima ma non si è ancora dove si vuole arrivare. Personalmente non ne ho mai avvertito il fascino; anzi, li ho sempre percepiti come un ostacolo tra me e l’inizio dell’avventura che sto rincorrendo. Se sono enormi, come Fiumicino o Charles de Gaulle, mi sembrano dispersivi e sovraffollati. Se sono minimalisti, come Ciampino, mi irrita l’essere stipati uno accanto all’altro in attesa dell’imbarco.

E tuttavia, mentre scrivo, mi accorgo che questo vale solo per gli aeroporti di partenza. Perché all’arrivo è tutt’altra storia. E c’è una cosa che mi emoziona e allo stesso tempo mi terrorizza degli aeroporti in cui atterro: il controllo passaporti. Il momento in cui gli onnipotenti esseri mitologici preposti alla verifica dei documenti decidono del destino di noi comuni mortali. Seminascosti dietro un vetro, seduti su sgabelli volutamente posti sotto il livello del mare per renderli ancor meno visibili, rappresentano di fatto il nostro primo contatto con la popolazione locale.

Non mi è mai stato rifiutato un timbro d’ingresso, né sono stata rispedita indietro. Almeno fino ad oggi. E l’amore universale che il resto del mondo nutre per il nostro Paese mi ha sempre fatto sentire piuttosto certa di superare i controlli senza problemi. Anzi, è proprio per l’interesse che suscita un passaporto italiano, soprattutto nei Paese dell’est, che molto spesso gli ufficiali della dogana, apparentemente incapaci di esprimersi a parole in qualsivoglia lingua e chiaramente seccati dalla ripetitività di un lavoro alienante, in maniera del tutto inaspettata si animano per sfoggiare le tre parole imparate con le canzoni di Celentano.

Se c’è una cosa che amo degli aeroporti è dunque proprio questa. E non c’è miglior benvenuto in un Paese straniero di quello che meno si aspettava.

Russia: atterrata a Mosca per la quarta volta, presento all’ufficiale il mio passaporto, su cui fa bella mostra il visto dell’ambasciata. Lui mi guarda e sorride: “Benvenuta. Vedo che è la tua prima volta qui”. Io lo fisso risentita e nel mio russo migliore gli spiego che assolutamente no, ho studiato a Mosca e conosco bene la città. Lui mi interrompe: “No, intendo che è la prima volta che atterri in questo aeroporto, Domodedovo”. Terrore. Allora quello che si dice sul KGB è vero. Siamo tutti schedati. Sanno tutto di me (che poi, cosa c’è da sapere?). Sfoggio il mio sorriso più ebete e mi allontano ringraziando, ancora in preda ai brividi. Ovviamente non c’era nessun agente alle mie calcagna, e la Federazione Russa ha cose più importanti di cui occuparsi (frase diplomatica inserita appositamente per rassicurare l’impiegato addetto al mio prossimo visto russo qualora si trovasse a leggere questa pagina). Si tratta del solito errore da principiante: ero ancora così inesperta da non sapere che sui timbri d’ingresso e d’uscita non viene specificata solo la città ma c’è anche un codice diverso per ogni dogana (e dunque per ogni aeroporto). You live, you learn.

Moldavia: dialogo improbabile ma veritiero con l’ufficiale del controllo passaporti:
(guardando la mia foto) Puoi sorridere?
– Come?
– Puoi provare a sorridere, per favore?
– In che senso?
– Con quel broncio non riesco a capire se assomigli davvero alla foto. Prova a sorridere e vediamo se i denti sono gli stessi…

Ucraina: in questo caso il funzionario è una vecchietta di settant’anni circa, che immagino stia coprendo il turno del figlio mentre quello smaltisce la sbornia. Guarda ammirata le pagine del mio passaporto con i timbri d’ingresso e d’uscita ucraini dei precedenti viaggi. Alza lo sguardo e mi dice con aria complice:
– Suo marito vive qui, vero? (E aggiunge, senza nemmeno aspettare la risposta) Che carini!
In un Paese in cui l’età media a cui ci si sposa è di 22-23 anni, non ho il cuore di infrangere le sue speranze romantiche. Annuisco riprendendo il mio passaporto e mi avvio verso l’uscita. Sorriso ebete di circostanza.

 

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