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Mi nevica dentro

Nevica. Da ore. Ma non è quello che mi spaventa. Il problema è il vento, che sbatte sempre più violentemente fiocchi di neve del diametro di 5 cm contro la finestra della mia stanza. Nel cortile dell’MGU vedo la tormenta gonfiare mulinelli di ghiaccio e foglie.

Sono più che certa che la mia finestra non supererà la notte. Ogni stanza ha una finestra e ogni finestra è dotata di due vetri, che si presuppone siano sufficienti a tener fuori l’inverno. Tra i due vetri, una zona franca di 20 cm in cui i -15° dell’esterno fanno amicizia con i +25° che il riscaldamento centralizzato regala al mio tugurio. Quello spazio è il mio frigo. Temperatura perfetta per conservare latte, uova, cioccolata e altri generi di prima necessità.

Per areare la stanza di solito è sufficiente aprire l’infisso del primo vetro: il legno della finestra risale, come del resto qualsiasi altra cosa nell’MGU, ai primi anni ’50, ed è ormai parecchio generoso con spifferi e correnti.

23.45: vado a letto. La temperatura nella stanza ormai è ampiamente al di sotto del livello di sopravvivenza di un organismo romano. Sul pigiama indosso anche la mia felpa da calamità naturale. Mi addormento.

02.10: A svegliarmi è il cigolio della brandina che sussulta sotto i miei brividi. Afferro il cappotto e mi avvicino alla finestra. Una patina di ghiaccio ricopre le mattonelle sotto i vetri: la finestra ha ceduto, mi nevica in camera. Cerco asilo in bagno, sotto un getto di acqua calda.

Contro ogni aspettativa sopravvivo alla tormenta. Ma al mattino urge una soluzione: non voglio passare un’altra notte all’addiaccio.
Idea! Subaffitto il davanzale-frigo della Ciociara e con i sacchetti di nylon della spesa incornicio la mia finestra, facendo ben attenzione a tappare ogni spiraglio.

Genio italiano vs bufera moscovita

Vittoria! Che mente suprema! Quei sacchetti rimarranno lì PER SEMPRE!

Salvo svegliarmi in piena notte tre settimane più tardi in preda a una crisi respiratoria dovuta all’assenza di ossigeno nella mia stanza.

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Le mie camere con vista su Mosca

Settembre 2007:
Prima volta a Mosca. Soggiorno-studio all’Università Statale Lomonosov, la famosa MGU, l’università russa per eccellenza. Io e La Ciociara dormiamo in un modulo abitativo composto da due stanze che, prese insieme, non arrivano alla metratura della mia camera romana (tutt’altro che spaziosa, ve lo assicuro). Capisco al primo sguardo che, nel grattacielo staliniano che ospita il nostro dormitorio, nel conteggio dei 12 mq di superficie abitativa spettanti ad ogni cittadino sovietico hanno fatto rientrare non solo la stanza, ma anche il bagno, la cucina in comune, l’androne e probabilmente l’ascensore. Saranno tre mesi gelidi, trascorsi il meno possibile tra quelle quattro mura.

Una brandina e un tozzo di pane

Prima camera con vista moscovita: cortile dell’MGU su cui affacciano circa 400 camere con vista sulla mia

 

 

 

 

 

 

Settembre 2010:
Torno a Mosca dopo un’apnea di tre anni. Sempre MGU. Questa volta sono senza borsa di studio, perché ho già terminato l’università. Pago da me e per questo mi mettono nel settore dei dottorandi e dei professori. Scopro che la camera in cui avevo soggiornato nel 2007 era considerata di categoria deluxe e che dottorandi e professori hanno diritto a una superficie abitativa minore rispetto agli studenti in arrivo dalle “prestigiose” università occidentali. Somma gioia.
La nuova camera si trova ad un piano molto più basso, ma almeno ha la vista sugli alberi del cortile. Ah be’, allora.

4 mq di stanza con vista su 4 mq di giardino

Maggio 2011:
Rieccomi a Mosca, questa volta per lavoro. La società ci paga vitto e alloggio e così scopro che si può vivere nella capitale senza essere rinchiusi in una catapecchia universitaria spacciata per dormitorio. Scopro anche che a Mosca c’è l’estate, e il caldo, tanto tanto caldo. La mia nuova camera, che divido con la Piccola Katy, ha una superficie pari almeno a 3-4 stanze dell’MGU. Mi monto la testa e inizio a disseminare oggetti ovunque per marcare il mio territorio.

Questa cassettiera è mia. Anche questo armadio è mio. La libreria è mia. Mia. Mio. Mio.

Maggio 2012:
Di nuovo a Mosca per lavoro. Questa volta la società si è superata: viviamo al 13° piano di un grattacielo ultramoderno in un appartamento lussuosissimo. Inizio a capire perché mi paghino così poco. Nonostante il prestigio della nuova casa, la mia superficie abitativa viene notevolmente ridotta: divido la stanza con Anna e la Piccola Katy, le due ragazze più folli che mi sia mai capitato di conoscere. Ci mettiamo un po’ a sincronizzare i nostri orari e i primi tempi capita che mi guardino storto se interrompo un pisolino facendo irruzione con la macchina fotografica. In cambio io metto in chiaro di essere pronta a soffocare nel sonno la prima che mi tratterà male. Torna la pace e diventiamo regine dei pisolini di gruppo.

Annarella: il pisolo più veloce dell’est

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