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Di umanoidi e sopravvivenza

La prima volta che mi sono trovata a dover attraversare un incrocio a Mosca mi si è presentata nitida davanti agli occhi una diapositiva della mia morte “da auto russa”.

Bisogna innanzitutto precisare che le vie del centro di Mosca hanno mediamente 6 corsie, il che equivale, in scala italiana, a cercare di attraversare l’Autostrada del Sole.

Il concetto di disciplina sovietica non è apparentemente applicabile al codice stradale, e così le strisce pedonali sono state praticamente abolite per evitare che orde di pedoni frettolosi vengano falciate da automobilisti zelanti.
Per attraversare si deve ricorrere a dei sottopassaggi (perexody) che consentono di raggiungere l’altro lato della strada senza ritrovarsi mutilati.

Ma i perexody non sono dei semplici tunnel, delle gallerie pedonali. No. Sono molto di più. Dei regni sotterranei in cui vivono strane creature apparentemente dedite al commercio, una nuova razza umana adattatasi a vivere e vendere in condizioni inutilmente ostili. Nei sottopassaggi di Mosca prosperano chioschi e negozi di dimensioni (credo proprio per legge) inferiori ai 3 mq, in cui commessi svogliati convivono con merci obsolete e pressoché indesiderabili. In questi locali non c’è il riscaldamento e non è raro osservare quelli che a un primo sguardo sembrerebbero umanoidi sonnecchiare su una scomoda sedia, o addirittura in piedi, contro le vetrine, per cercare di sopravvivere alle intemperie o morire nel sonno.
I chioschi dei perexody sono per Mosca un po’ quello che i negozi cinesi sono per Roma: rivendite di cose pressoché inutili a prezzi talmente ridicoli che poi si finisce per comprarle. Non mancano, ovviamente, gli stand gastronomici, che danno ai sottopassaggi quell’odore di pirog (una specie di panzerotto ripieno) fritto particolarmente invitante per chi si è appena svegliato e cerca di arrivare a lavoro.

Come è facilmente intuibile, i turisti europei, e in particolare i più svegli – gli italiani, ignari dell’esistenza dei perexody, camminano per chilometri e chilometri alla ricerca di strisce pedonali o semafori che consentano loro di raggiungere il tanto agognato fast food sul marciapiede opposto. I più, scoraggiati dall’improba impresa, si lasciano morire di fame e per tutta la durata del loro soggiorno camminano su un solo marciapiede, avanti e indietro sulla stessa via. Ma qualche prode – e questo è un aneddoto di vita vissuta (vissuta, chiaramente, non da me, bensì da uno dei miei turisti più promettenti) – decide di lanciarsi, di abbandonarsi al proprio destino e attraversare la Via Tverskaja (6 corsie per 3 km di lunghezza), per avere qualcosa da raccontare ai nipoti. Salvo poi non sapere come tornare in hotel (la sorte non la si può certo sbeffeggiare due volte in un giorno) e mandare la moglie a chiedermi di soccorrerlo.

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