Archivi del mese: maggio 2012

Lo strano caso degli slip raminghi

Se è vero che tre indizi fanno una prova, allora siamo proprio fregate.

Ipotesi di reato: affittare un appartamento è stata un’impresa al limite dell’impossibile perché a quanto pare qui tutti sono convinti che quattro ragazze che vivono insieme siano obbligatoriamente prostitute.

1° indizio: la sera del barbecue abbiamo subaffittato il divano in salotto a un amico che avrebbe iniziato il turno all’hotel di fronte casa alle 7:00 del mattino. Il guardiano del palazzo ci ha viste rientrare alle 2:00 con uno sconosciuto.

2° indizio: per evitare che il guardiano non la riconoscesse di ritorno dall’escursione serale, uscendo la povera Anna – arrivata solo due giorni fa – lo ha preallertato con l’infelice frase: “Stasera torno a mezzanotte e mezzo e sono da sola”.

3° indizio: dopo aver fatto la lavatrice ho steso i panni mentre ero già in divisa e con la borsa; un paio di slip mi è rimasto attaccato alla tracolla, da cui ha deciso di staccarsi appena fuori dalla porta dell’appartamento, rimanendo a far bella mostra di sé nel pianerottolo fino al rientro a casa della Lulu.

Signori della giuria, a voi il verdetto.

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Fuochi, fiamme, pensili e tubature

Qualche giorno fa siamo state invitate alla festa di compleanno di un amico della Lulu. Un barbecue in giardino con un po’ di gente che conosco, così ce l’aveva presentato il tipo. E lo so che nella vostra testa adesso avete un’immagine tipo questa:

Ma un barbecue a Mosca è un’altra cosa.

Ci vengono a prendere all’uscita della metro con una macchina in cui sono seduti già in 4, e quando glielo facciamo notare rispondono ridendo: “come a Roma”. Faccio per ribattere ma poi penso che forse un po’ ce la siamo pure cercata. Saliamo (noi due riusciamo ad entrare grazie a una ragazza che sceglie di rischiare la decapitazione istantanea sedendosi sulle gambe del suo amico) e via di guida sportiva fino all’appartamento in cui ci sarà la festa.

Siamo in uno di quei palazzi sovietici in cui vivono millemila famiglie in appartamenti modulari tutti identici, ma la casa è davvero accogliente e i padroni di casa sono troppo carini e ci fanno fare il giro turistico degli acquari in cui tengono decine di micropescetti (pls notare il forbito utilizzo della terminologia ittica).

Ovviamente, come in ogni casa russa che si rispetti, c’è da togliersi le scarpe entrando. Dettaglio che, altrettanto ovviamente, io non avevo affatto considerato durante le prove vestito. Mi libero delle mie ballerine scamosciate e sono l’unica senza calzini. E con dei piedi enormi. E con delle unghie terribili. Voglio sotterrarmi. Gran bell’inizio, sicuramente in pochi minuti conquisterò tutti.

Per fortuna il padrone di casa decide che è ora di preparare il barbecue e io mi offro di aiutarlo, più che per gentilezza per avere una scusa per rimettermi le scarpe. Lo so, sono adorabile. Usciamo in giardino e ci indica il punto in cui si terrà la festa. È l’angolo più remoto del cortile condominiale, proprio accanto alle tubature dell’acqua. E a farci da tavolo l’anta di un mobile del bagno del ragazzo. Sono sempre più felice di non aver messo su la gonna elegante che avevo ipotizzato come variante ai jeans.

E poi i russi mi sorprendono ancora. Da una situazione come quella, al limite dell’igiene e della legalità, sono in grado di tirar fuori una serata indimenticabile. Gli šašliki di maiale sono deliziosi, e anche il lambrusco che ho comprato al supermercato (il mio regalo di compleanno per il festeggiato), di dubbia provenienza geografica (l’etichetta anteriore era in italiano, quella posteriore tutta in russo), adempie al suo dovere. Quando però, afferrando il quarto bicchiere, lo manco e me ne verso metà sulle scarpe nuove, capisco che è ora di passare alla Coca Cola.

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Emergency, cani e sandali d’oro, ovvero Il mio volo per Mosca

E alla fine è arrivato anche il giorno della partenza.

Per evitare la noia del volo diretto, i miei premurosi datori di lavoro decidono di farmi fare una tournée per l’Europa: del resto lo sanno tutti che, per arrivare da Roma a Mosca, passando per Zurigo si accorcia. Ma procediamo con ordine.

I miei genitori mi accompagnano all’aeroporto che sono ancora semi-incosciente (è praticamente l’alba), ma non mi lascio distrarre dal mio obiettivo: al check-in devo assolutamente nascondere il bagaglio a mano, che pesa quei buoni 4-5 kg in più rispetto al limite consentito. Lo abbandono, insieme a mia madre, a qualche banco di distanza da quello in cui effettuo il check-in. Sono lanciata e concentrata, e, per non tradire il nervosismo, mi intrattengo in chiacchiere inutili con la vecchietta (eh, sì, non tutte le hostess sono giovani e figaccione) che sta preparando la mia carta di imbarco. Senza dubbio una donna astuta, che, vedendo la mia spilla sulla borsa, mi fa: “Ah, Lei lavora per Emergency!”. Ma chi, io? Ti sembra che qualcuno sano di mente mi lascerebbe avvicinare a un malato? Rispondo con un sorriso diplomatico e con un: “No, sono solo una simpatizzante”.

Un abbraccio rapido ai miei (alla svelta, prima che entrambi si sciolgano in lacrime) e sono al controllo bagagli a mano. Il viaggio procede tranquillo fino a Zurigo, dormo poco e leggo quasi tutto il tempo.

Una volta giunta in terra svizzera mi precipito al gate per Mosca (alla faccia delle linee svizzere: abbiamo quasi 20 minuti di ritardo e la mia coincidenza parte di lì a poco) e prima di accorgermene sono in aereo. Come preannunciatomi dalla vecchietta, il volo per Mosca è al completo. Posto corridoio affianco a una coppia di russi di mezza età. Lei ha l’aplomb moscovita, nei suoi sandaletti estivi color oro indossati con sobri calzini di lana blu scuro. Tempo di decollare e si è già tolta le scarpe e messa comoda in posizione semisupina con la testa che pressa sulla mia spalla e le gambe poggiate sulla pancia (enorme) del marito.

È già passata un’ora di volo quando mi faccio coraggio e attacco discorso. Chiacchieriamo un po’ e a un certo punto la tipa mi fa: “So che stai ancora bevendo il caffè, ma ti dispiace se intanto do da mangiare al mio cane?”. La mia faccia deve avere un’espressione assurda, e lei, credendo che io non l’abbia capita in russo, mi ripete la frase in inglese. Quello che in realtà non ho capito è come pensi di poter sfamare il suo cane a Mosca stando in aereo. Me lo spiega subito: dalla borsa sotto il sedile estrae un cane-topo e gli avvicina il misto di latte condensato e caffè che ha appena finito di impastare. Nella mia testa un solo pensiero: IO HO PAURA DEI CANI! Ancora appanicata, inizio a tradurre a mente la frase, ma non ricordo quale caso regga il verbo бояться: sarà я боюсь собак??? Il dubbio mi attanaglia e l’ansia mi blocca la lingua, ma la tipa ha già rimesso il topo in borsa.

Il resto del viaggio me lo faccio con gli addominali in tensione e i piedi sollevati 10 cm da terra.

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Farewell party in onore di me medesima io

E poi ti distrai un attimo e arriva il giorno della tua festa, la tua прощальная вечеринка, la seratina di commiato, come dicono i russi.

Di solito organizzare questo genere di feste mi mette ansia, e la mia parte autodistruttiva cerca di convincere la mia parte inspiegabilmente euforica che ci sono mille cose che potrebbero andar storte, che gli amici potrebbero annoiarsi, non presentarsi affatto, che di quella montagna di cibo e alcol potrebbe restare solo un brutto ricordo.

E invece, inaspettatamente, di tanto in tanto la vita riesce ancora a sorprendermi. La pioggia annunciata per la sera da tutti i meteo della tv italiana tarda ad arrivare. Inspiegabilmente tutto quello che ho preparato in poche ore d’affanno in cucina sembra avere un ottimo sapore. Nessuno resta a corto di chiacchiere e di risate. Rimaniamo a scherzare in giardino fino a tardi senza che nemmeno un vicino venga a lamentarsi.

Con le scene della sera precedente che ancora mi ronzano in testa, al mattino mi sveglio di buon umore. Finché non arriva, meschino, il ricordo della scia di resti organici che abbiamo sparso per casa. E dai col Cinderella Day. Per fortuna sono avanzati quasi due litri di sangria.

Il pensiero felice del Cinderella Day

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La valigia (o Del più piccolo dei mondi possibili)

La valigia è quell’oggetto che sembra tanto grande da poter contenere interi mondi, ma solo finché è nel ripostiglio.

Credo sia ormai scientificamente provato che la capienza delle valigie vada diminuendo in proporzione alla durata del viaggio. Devi passare un finesettimana in Toscana e tutto quello che ti serve sono 3 paia di mutande, 2 magliette e i tuoi occhiali da sole? Il minitrolley che sceglierai sembrerà sconfinato (inducendoti a spendere milioni di euro in souvenir e vestiti con la scusa che “tanto la valigia è vuota e c’è posto”). Devi star via da casa per mesi interi? La valigia di 2 m x 3 che negli anni ’90 era sufficiente per tutta la famiglia in vacanza per un mese ti sembra una pochette.

Per non parlare del fatto che, nelle settimane precedenti alla partenza, quando inizio ad accumulare sul pavimento della camera la roba che ho intenzione di portarmi, ho sempre l’impressione di aver fatto le cose perbene, e che questa volta sicuramente sarà diverso, riuscirò a far entrare tutto nella valigia e, anzi, avanzerà spazio per tutti i libri russi che voglio comprarmi. Ma niente. Quando inizio a mettere fisicamente i vestiti all’interno della valigia mi torna in mente una serie infinita di cose indispensabili che non avevo considerato.

E la storia finisce sempre allo stesso modo: con me al banco del check in che nascondo il bagaglio a mano dietro la colonna più vicina per evitare che mi chiedano di pesarlo.

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Questione di priorità

Consapevole di avere una memoria a breve termine che somiglia a quelle lavagne magiche su cui disegnano i bambini per poi cancellare tutto trascinando una levetta verso il lato opposto, se c’è in ballo qualcosa di davvero importante mi preparo sempre una lista con su scritto quello che devo fare.

Visto che questi ultimi giorni prima della partenza sono piuttosto frenetici, ho pensato che un piccolo aiuto visivo potesse soccorrere la mia altrettanto scadente memoria iconica:

1. Trovare scarpe decenti

2. Trovare qualcosa che mi aiuti ad avere un aspetto decente

3. Trovare un taglio che mi stia decentemente

4. Trovare un paio d’occhiali che mi faccia sembra una persona decentemente intelligente

5.

6.

7.

8.

9. (Solo qualora dovesse avanzare moooooooooolto tempo) Trovare un dentista decente

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